venerdì 26 luglio 2019

Fornazzo. Etna

L’Etna è uno dei luoghi del nostro pianeta che suscitano, in coloro che ne entrano in contatto, forti emozioni. Tutto di questo Vulcano ci emoziona, i boschi , le valli, la sua lava, si perché anche i sassi parlano, e a Fornazzo, piccolo borgo di Milo, alle pendici dell’Etna, dicono del lento scandire del tempo, dell’alternarsi delle stagioni e del duro lavoro degli uomini immutabile nel tempo. Il paesello di Fornazzo si staglia sullo sfondo del vulcano, l’aria che vi si respira è così irreale che esso sembra addormentato, soprattutto per chi “lo raggiunge dal tormento agitato delle città divorate dall’ansia”. Gli abitanti sono poco più trecento, molti di loro sono vecchi, pochi, purtroppo, i giovani, ancor meno i bambini. Però, dal volto di questa gente traspare serenità, gente, questa, che vive in simbiosi e con discrezione rispettosa della natura vista, ancora, come madre. Un posto quasi irreale, dove i bambini stanno con i vecchi e rimangono affascinati dalle loro storie, dove il postino è l’amico di tutti!
I luoghi circostanti sono quelli di sempre: abeti, larici, pini, faggi, castagni, mele… Anche i mestieri a Fornazzo sopravvivono come “U carbunaru”, che a tutt’oggi trasforma il legno in carbone.
Il borgo si trova a 800 mt di altitudine, ma arrivati lassù si avverte la magia del luogo e l’animo respira quel senso di pace di cui tutti gli angoli sono impregnati e, restando in silenzio e ad occhi chiusi, trattenendo, quasi, il respiro, si avverte, per incanto, il respiro della montagna: i fornazzesi la sentono viva.

giovedì 25 luglio 2019

Tiziana Giletto

Martedi 23 luglio presso il lido Le Palme a Catania è stato rappresentato "Un sogno a tre punte" saggio finale del Laboratorio teatrale "Come il mare" realizzato dall'Unione italiana dei Ciechi e degli ipovedenti di Catania presieduta da Rita Puglisi. Il laboratorio ha coinvolto 15 persone dai18 ai 72 anni con disabilità visiva. La compagnia è stata guidata da Tiziana Giletto, regista e curatrice dell'opera.

Alba infuocata

Languido il mare accoglie il sorgere del sole. Rosso, rovente si insinua tra gli aspri e neri scogli di vecchia lava infuocata dove ogni giorno l'uomo cerca rifugio e conforto per rinfrescarsi dalla calura estiva nelle gelide e limpide acque di Santa Tecla

lunedì 22 luglio 2019

La Scannatina

Mastr'Antria di Andrea Giostra è una raccolta di novelle. Alla lettura si evidenzia che dietro un aspetto crudo delle sue descrizioni, a volte direi brutale, troviamo le nostre origini di siciliani. Spesso ci narra dei piccoli drammi, ma sono sempre affrontati con una leggerezza e giusta ironia e, alla fine, la lettura sfocia sempre in un sorriso anche se amaro. La Scannatina
Nei trenta campi di detenzione disseminati in tutto il territorio australiano, diciottomila italiani erano impegnati a faticare nell’edilizia, nelle opere di difesa da calamità naturali, a fare strade, acquedotti, ponti, a buttare sangue e sudore sotto il sole cocente dei campi australiani. Tutto facevano gli italiani. Avevano costruito la nuova Australia. Bellu chiffari nca’ ci rietti Mussolini con la campagna della conquista della Libia nca’ finiu a frischi e pirita con la cattura di tutto l’esercito italiano in Libia nta’ guerra nto’ deserto, comu a’ chiamavanu l’alleati! L’agricoltura in Australia era molto ricca, mi raccontava mio nonno. I campi coltivati erano come mille campi di calcio messi uno accanto all’altro. C’era di tutto nta’ stu continente, racina, mele, banane, arance, pere, ananas, papaie a mai finiri. Potevano sfamare il doppio della popolazione di tutto il continente. E pì chistu il mangiare non mancava né ai prigionieri, né ai maiali, né all’esercito di sua maestà, né ai cittadini dell’impero britannico, né ai vitelli, ai montoni, alle pecore, alle capre, alle galline, ai conigli, a tutti gli animali da fattoria chi facevanu latti e uova, o pì manciarisilli. E tutto buonissimo era. Ma quanto ce n’erano di animali di manciari? A casa, in paese, la carne era un lusso. Solo il profumo si poteva sentire. Poi la domenica si preparava la pasta col sugo fatto con le ossa che si chiedevano al carnezziere il sabato sera, a’ mucciuni, prima che chiudesse la saracina. Carni picca e nienti o’ paisi! Picciuli nun ci n’eranu. In prigionia, invece, spissu si manciava la carni. - Quasi quasi nun ni poteva chiù di manciari carni ogni simana. Avevo disiu di favi fritti cu’ l’uova frischi di me matri Rosa, cunzati cun filo d’ogghio d’oliva virdi trasparenti e profumato di bontà chi mi facieva veniri un pititto sulu a talialli. Con i maiali ci facevano di tutto in prigionia, pancetta, sasizza, prosciuttu, salami piccanti, salami duci, cotenna, zampe, orecchie, cervello, liggua, mascidda, guanciale, figatu, vuriedda vogghiuti, cotechino, capocollo, lardo, struttu, frittula, sangu cruru e sangu cottu. Della scanna se ne occupavano mio nonno e i tre calabrisi. Erano organizzatissimi. Attaccavanu u’ maiali chi corde pì tinillo fermo, una a destra, una a sinistra, uno nt’arreri. Mio nonno si metteva davanti al maiale nca’ u’ taliavi nta’ l’occhi. Gli sembrava nca’ u capiva a fini chi stava faciennu. U’ taliava e iddu u’ taliava. Appena Pinuzzu, Viciuzzu e Cicciuzzu lo tenevano fermo, immobile, per un solo secondo, Antria alzava la zappa e con tutte le sue forze, con un colpo secco e deciso, lo colpiva dritto dritto tra gli occhi. Lu cranio si scatasciava. Lu maiali iccava na’ vuci sicca e sorda. Strammazzava tuttu e s’accasciava finutu. Un corpu sulo. Si sbagliava eranu tutti futtuti. Non lo potevi più tenere e lu dannu chi ti faciva nun si poteva cuntari. Comu quannu so’ patri, Mastru Piddu u’ sciancatu, quannu me nonno era picciutteddu, ci dissi d’ammazzallu iddu u’ maiali pì Natali. Antria lo aveva sempre taliatu fari e so’ zii e a so patri Piddu. Mai l’aveva fattu iddu. Mai. Era u’ capu famigghia n’ca’ avevi ammazzari u’ maiali pì Natali. Ma dù Natali Antria aveva quinnici anni e so’ patri lu vosi spruvari, lu vosi fari crisciri, lu fosi fari cristianu, omu. Un omo era oramai, un omo granni, giovani e forti, massaru e ncignusu. Accussì ci diceva sempre so matri, donna Rosa a furnara, “Ora sì granni, Antria. Si avissi a mancari to’ patri, sì tu u’ capu famigghia. U’ capisti?”. Ma picchì aveva a’ mancari so patri? Ma a quei tempi si pensava sempre al peggio per prepararsi al meglio. Si prevedevano tutte le possibilità, tutte le ipotesi, tutte le situazioni, per essere pronti, per essere preparati, per saperle affrontare e superare le difficoltà della vita che erano quotidiane. E mai si scoraggiavano. Se moriva qualcuno, si piangeva, si faveva u’ cunsulu, si arricivivano i parenti e l’amici, si vestievanu a lutto di nivuru, e subito dopo si riprendeva a lavorare perché la famiglia era prima di tutto e non ci si poteva fermare. So’ patri, Piddu u’ sciancatu, u’ taliò e ci rissi: “Antria, oggi u’ maiali lu scanni tu.” Iddu u’ taliò e senza pensari un secondo, pigghiò la zappa, ma a diri la verità, cacatu era. Mai l’aveva fattu e n’anticchia si scantava a sbagliari, si scantava a’ scannari u’ maiali. E se sbagliava? E se si dava un corpu ca’ zappa n’te pieri? E se il maiale riusciva a scappare? Era tutto un rito la scannatina del maiale per Natale. La prima cosa da fare era di preparare le corde per tenerlo fermo, bastava solo un attimo, doveva stare fermo solo un attimo. Erano in tre che tiravano le corde imbracate nella testa del maiale e nelle zampe posteriori. Uno a destra, uno a sinistra, uno dietro, e mio nonno quindicenne davanti con la zappa in mano pronto per dare il fendente che l’avrebbe scannato. Erano come una squadra di formula uno della Ferrari, che per cambiare le quattro gomme ci mette due secondi. Così, si schierarano zio Sariddu a destra, zio Vituzzu a sinistra, zio Santinu darreri, me nonno ca’ zappa davanti o’ maiali, e cu Mastru Piddu u’ sciancati allatu prontu cu’ cuteddu di cannizzieri pì rapirici i cannarozza e nun ci fari arrisieriri u’ sangu. La velocità era determinante. In un nanosecondo il maiale fu imbracato e le quattro postazioni erano prese. La testa del porco era immobile e a dù puntu so’ patri Piddu ci iccò na vuci “Ora Antria, ora, cafudda, cafudda, subitu!” Preso come da un’improvvisa scossa elettrica, Antria di scatto alzò la zappa, e con tutta la forza che aveva addosso colpì il maiale dritto in fronte cu’ l’occhiu du zappuni. Il porco davanti a lui si vitti rapiri u’ ciriveddu, il sangue schizzare a frusciu dappertutto a ritmo frenetico di una pulsazione che di lì a poco avrebbe cessato per sempre. Forse, pensai ascoltando mio nonno Antria, Tarantino aveva preso dai racconti dei suoi nonni, come io adesso dal mio, le scene dei suoi film di scannamenti. Il maiale si accasciò, le tre postazioni si erano immediatamente spostate a legare le zampe posteriori e a sollevarlo nto’ ferru a T piazzato tra le due pareti della stalla. Con una forza e una velocità imprevedibili, in un attimo il maiale si ritrovò sollevato a testa in giù. So’ patri Piddu, cu’ putenza c’infilò u’ cuteddu nte’ cannarozza e il sangue cominciò a riempire il cato che zio Sariddu intanto aveva messo fulmineamente sotto la testa del porcu. U’ sangu scorreva di un rosso corposo, fluido, fumante, puzzolente di una vita appena astutata. “Minchia corpu, Antria. Bravu. Bravu. Accussì si fa. Ora omo sì”. U’ saggu era unneghiè, tutto aveva annigghiatu. Antria taliò a so patri, poi taliò u’ porco scannatu, lassò la zappa n’terra e in bagniu appotti a’ ghiri di cursa. Prima cacò, poi vomitò. Ma a so’ patri nienti mai ci rissi. Da allora, ogni anno, il maiale per Natale lo scannava Antria. Mastr’Antria.

venerdì 19 luglio 2019

Il Parco Naturale dell'Etna

Il parco dell’Etna è un piccolo lembo di territorio che oltre a piccole affinità con altri parchi esistenti, si caratterizza, soprattutto, per le forti diversità proprio per il fatto di essere un vulcano attivo dal quale provengono particolarità specifiche ed uniche.
In un tempo ormai lontano, l’ambiente naturale viveva in una perfetta simbiosi con l’uomo che, nelle sue opere, si fondeva e si confondeva con esso, senza mai sfruttarlo o usarlo. Negli anni più recenti, il rapporto uomo - natura cambia, non sono più così vicini, l’azione dell’uno, da rispettosa diviene aggressione, e rapina. E’ proprio per questo che nasce l’esigenza di conservare la natura con l’idea del Parco, per proteggere questo ambiente naturale invidiato da tutto il mondo. Il parco dell’Etna si estende dalla vetta alla cintura superiore dei paesi etnei, per arrivare fino a pochi chilometri dal mare!
Il nostro è un patrimonio unico, sull’Etna coesistono colate laviche recenti con nessuna forma di vita, ove regna il silenzio e il rumore del vento, e colate più antiche nelle quali sono presenti quegli elementi che caratterizzano la nostra flora: pini, faggi, ginepri e, soprattutto, le affascinanti betulle. Scendendo più a valle, proprio sui fianchi della montagna, si trovano querce e castagni, e poi, nei terrazzamenti creati dalle braccia dell’uomo, peri, meli, viti, noccioli e pistacchi. Ognuno di loro si ambienta e caratterizza un angolo della nostra terra. Ciascuno di questi elementi ha fatto risplendere la zona il cui cresce: le mele ( quelle tipiche nostre sono le “deliziose”, “cola” e “gelato cola”, e le pere di Milo, le viti e il vino di S. Venerina e Zafferana, i noccioli, che in inverno danno l’impressione di essere un mare di lava, e che a primavera germogliano e fanno esplodere di luce la zona, intorno a Castiglione di Sicilia, del loro verde, il pistacchio ormai inteso l’oro verde di Bronte.
E’ ovvio che, immersi in questa vegetazione vivono numerosissime specie preziose di animali: il Pettirosso che in inverno, alla ricerca ti temperature più miti, scende a quote più basse. La Tortora, che arriva dall’Africa in aprile-maggio per nidificare nei nostri boschi, e ripartire prima dell’arrivo dell’autunno. La Poiana che vive in territori a vegetazione bassa per potere più facilmente trovare le sue prede: rettili, roditori, conigli. Altre specie come Allocchi o Barbagianni che si nutrono di piccoli mammiferi, vivono, abitualmente, in prossimità di caseggiati rurali abbandonati.
Un luogo affascinante il parco dell’Etna, che deve essere vissuto oltre che descritto. Luogo da salvaguardare, rispettare e assecondare, soprattutto quando l’Etna si “sveglia” e rumoreggia scuotendo i terreni impietosamente. Ma noi sappiamo che il gigante è buono e con pazienza attendiamo che riprenda il suo letargo.

lunedì 15 luglio 2019

NON ANCORA ultimo

Non lo chiamò perché pensava che non fosse il modo giusto per chiarirsi: però, non si sentirono più. Le lacrime a quel ricordo scendevano giù copiose e inarrestabili, non riusciva più a frenarsi e un dolore le spaccava il petto. All’improvviso, sentì una piccola mano che delicatamente le toccava la spalla. Si girò, e, con gli occhi appannati per le lacrime, vide una bambina dai lunghi capelli neri tenuti con una coda, i vestiti che indossava erano sgualciti, sembrava proprio che nel tempo avessero avuto diversi padroni. – Perché piangi? – le disse la bimba – anche il tuo papà non torna dal mare? Il mio manca da molti giorni e la mamma è disperata, non ha più niente da farci mangiare. Tu ne hai fame? Quando torna il mio papà ti darò qualcosa. – Marisa per qualche secondo rimase senza parole, anche perché dietro alla bambina vide un altro bambino più piccolo, sporco e con tutto il moccio che gli scendeva sul viso. – No, io …- stava per parlare quando un rumore fortissimo le fece girare la testa per guardare. Era uno stormo di tortore che, smesso di piovere, si rimetteva in volo. Poi si voltò per rispondere alla bimba ma non c’era più né lei né l’altro che aveva appena visto. Si alzò e cominciò a cercarli, corse pure, ma ciò che vide fu solo il barista che sistemava le sedie ed il tavolino e le donne frettolose che, con i pacchi della spesa, tornavano a casa a preparare la cena. Continuò a guardarsi attorno ma erano spariti, spariti proprio come un sogno appena svegli per un rumore. Cosa era successo? Aveva avuto una visione? Però il dolore era passato, anche le lacrime si erano fermate. Si sentiva più leggera. Sembrava un segno, era serena, quel luogo era veramente miracoloso. Continuò a girare e curiosare per le stradine, poi decise che per cena sarebbe andata in un ristorante a mangiare come si deve. Era strano, ma, si sentiva addosso la speranza e la sua vecchia grinta, forse non era andata come pensava, forse doveva ancora lottare, non poteva fermarsi… non ancora!